ATTI OSCENI IN LUOGO PRIVATO di Marco Missiroli, Feltrinelli 2015

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Potremmo dire che il romanzo Atti osceni in luogo privato, di Marco Missiroli, ha inizio prima di iniziare, nella citazione di Italo Calvino: “Alla fine uno si sente incompleto ed è soltanto giovane”.

«Ecco, a me andava di esplorare quell’incompletezza, che fa diventare se stessi». Questa la risposta dell’autore in un’intervista a pochi mesi dall’uscita del romanzo. E il claudicante ma consapevole protagonista del romanzo diventa sé stesso sotto i nostri occhi. Missiroli ha esplorato le incompiutezze del suo protagonista per definirlo e condurlo fino a sé stesso: il finale è la risultante di un tragitto accidentato. Le buche hanno educato il protagonista, e difatti Libero è tutte le sue buche.
Edito da Feltrinelli nel Febbraio del 2015, il romanzo ha fatto parlare molto di sé. Definito da alcuni detrattori libertino al punto giusto da strappare consensi, troppo calcolato, seducentemente francese, a mio avviso resta uno dei migliori romanzi letti negli ultimi anni.
Il protagonista di questo romanzo è Libero Marsell. Il suo percorso ha inizio nella prima sezione temporale e narrativa, Infanzia, cui seguiranno Adolescenza, Giovinezza, Maturità, Adultità e Nascita. Quasi 250 pagine di Libero, dedicate alla sua formazione, alla sua voce, alla sua esperienza nel mondo. Missiroli, l’autore riminese classe 1981, disegna la parabola di un suo coetaneo, tutto sommato. Libero ci apre la porta all’età di dodici anni, per salutarci “in età da matrimonio”. Più o meno ci siamo.
Se il buongiorno si vede dal mattino, con Atti osceni in luogo privato il sole splende alto nel cielo già dopo poche righe: è un tuffo, quello che facciamo.
Già nella storia, già nella cucina dei Marsell, nella Parigi del 1975, nel gergo immediato, diretto, sfacciato di Missiroli, che acchiappa il lettore e non lo molla più. Quartiere Bobo (bourgeois-bohème), famiglia “Radical chic”.
Madre bolognese: elegante, passionale, suadente e prosperosa; padre francese: estremamente romantico, fiducioso venditore e consumatore di Fiori di Bach, colto, lettore silenzioso capace di parlare al momento giusto. Ne viene fuori un adolescente singolare: curioso, languido, timoroso e audace nel contempo.
atti osceni in luogo privatoSeguire i passi di Libero, in quella che potremmo definire “un’educazione erotico-sentimentale”, è dunque una piacevolissima e accattivante passeggiata nell’animo umano, nella fase della sua formazione.
A innescare la miccia nel petto di Libero (e del lettore) è la scoperta casuale della mamma inginocchiata davanti ad Emmanuel, l’amico di famiglia. In quell’istante tutto cambia. Libero si auto battezza all’erotismo, e da quel momento in poi la sua corsa verso la “liberazione” è inarrestabile.
La scoperta del tradimento della madre, la pena provata per suo padre, l’odio e contemporaneamente la competizione che si instaura con Emmanuel non cadono quasi mai nella pena, il romanzo resta fresco, la storia di Libero galleggia nell’esorcizzazione, grazie allo stile dissacrante, a tratti spassoso nella sua sincerità.
Il sesso viene esplorato, parecchio.
Libero ne è vessillo. Il punto di vista è molto intimista, tormentato, a tal punto introspettivo e profondo da lasciar entrare le lettrici dalla porta principale. Quantunque ben descritte, le scene di sesso sono luogo di conoscenza dell’individuo, diventano strumento dello scrittore per approfondire le anime dei suoi attori, per questo ne viene fuori un bel quadro, intenso, vibrante, affatto volgare e fine a sé stesso. Il sesso chiama la figura femminile.
La storia di Libero Marsell è difatti una storia fatta di Muse, la madre, innanzitutto, poi le altre. La prima, e più duratura, è Marie. Nell’estate del ’75, Libero dodicenne ripone nella sua prorompente scollatura una sorta di testamento di fede. Non è per giunta un caso che la ragazza, di qualche anno più grande del protagonista (non troppi dal farlo desistere “dal provarci”) sia una Bibliotecaria.
Se il seno di Marie apre il cuore di Libero all’erotismo, il suo mestiere introduce una grande protagonista del romanzo: la letteratura.
Come una sorta di fil rouge, questa sottende i pensieri e le azioni del giovane protagonista, li ispira, li sublima, cosicché la storia nella storia celebra la letteratura come compagna di vita. Sarà suo padre, Monsieur Marsell a presentare Libero a Jean Paul Sartre, piccolo cameo nel romanzo, icona di un’età culturale fervente e attiva. Le pagine di Camus, Maugham, Buzzati, Silone, Henry Miller, seguono ogni età di Libero e si dispiegano accanto a lui per completare le sfumature della sua personalità.
È la Musa Lunette, la farfalla nera, a condurre Libero al di là della giovinezza. La prima ossessione, il primo amore, la sua consumazione e poi la disfatta. Lo strappo emotivo lo porta via da Parigi, conducendolo in Italia e alla maturità. Sotto il cielo plumbeo di Milano, delle divorziate e dei loro appetiti, della giurisprudenza fredda e senza passionalità, Libero conoscerà Giorgio e la sua osteria sui Navigli. A Milano si consumano le celebri “trentun tacche”, incise non solo nel legno, ma nella fondina di Libero.
Sesso per sesso, sesso come liberazione, sesso per estirpare il dolore dell’amore.
La lontananza da Parigi, da sua madre, dal padre, la cui perdita darà un nuovo volto alla sua figura colorandola meglio nelle sfumature, ci consegnano un Libero cresciuto, incattivito solo nella scorza, profondamente intenso.
È Anna la Musa che ci porta alla conclusione. Una Musa che, tuttavia, ha un prezzo. Libero paga in contanti, prende Anna e con lei accoglie la sua Adultità. Anna è un personaggio molto accattivante, quella di cui ci si innamora, ma dopo pagine e pagine di travaglio la sua conquista ci sembra sciapa. Le ultime pagine scivolano, come saponetta, tentiamo di fermare la corsa ma è inarrestabile. È questo l’unico grande difetto del romanzo? Il finale accelerato? Dopo anni così intensi, accuratamente tormentati, così cavillosi nella conoscenza di sé e dell’animo femminile, ecco Libero inchiodare con estrema facilità sulla sua ultima Musa, con troppa, a tratti banale, semplicità. Ci aspettavamo l’apoteosi, ecco.
Ne parlavo con una mia cara amica e lei mi ha illuminato. Dopo anni passati a sentirsi incompleti, a cercare nell’altro una compiutezza che non è in noi, a collezionare volti sbagliati per arrivare a quello giusto, ecco che quello semplicemente arriva. Non sempre fa il botto e lo si capisce dalla naturalezza con cui tutto “accade”. Be, forse non ha tutti i torti.
 
Marco Missiroli è nato a Rimini nel 1981. Con il suo romanzo d’esordio, Senza coda (Fanucci, 2005), ha vinto nel 2006 il premio Campiello Opera prima. Per Guanda ha pubblicato Il buio addosso (2007), Bianco (2009, premio Comisso e premio Tondelli) e il suo ultimo romanzo, Il senso dell’elefante (2012), che ha vinto il premio Selezione Campiello 2012, il premio Vigevano e il premio Bergamo. È tradotto in Europa e negli Stati Uniti. Scrive per il “Corriere della Sera”.

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