Gentilezza: una virtù da insegnare ai figli

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Essere dei bravi genitori è un compito assai difficile, che spesso mette a dura prova: la gentilezza unita ad mix di sensibilità e sicurezza vi renderà dei genitori autorevoli e ascoltati.

Quante volte vi siete posti questa domanda: “sono un buon genitore”?
Immagino tante volte e non sempre vi siete dati un responso positivo; un importante studio dell’Università del New Hampshire rivela che i figli danno ascolto a quello che dicono mamma e papà solo quando a sicurezza e rigore si affiancano sensibilità e comprensione.
Insomma scopriamo oggi la gentilezza, come un nuovo fattore determinante per influenzare il comportamento dei ragazzi.
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Diciamo addio a forme di comunicazione di tipo unilaterale old style che concludevano un discorso con un “perchè te lo dico io” e esigevano un’obbedienza cieca, basata su regole poco chiare che non prevedevano forme di chiarimento o di reclamo.

PERCHÉ LA GENTILEZZA E’ VISTA COME DEBOLEZZA

Spesso e volentieri la gentilezza è fraintesa come una forma di debolezza; sia in famiglia sia al lavoro si pensa che la persona disponibile sia troppo vulnerabile in una società competitiva come la nostra.
Ed invece no! Anche e soprattutto nel posto di lavoro questa virtù – molto rara – fa si che leader e manager stimati tirino dal loro team il meglio.
Mariagrazia Contini, pedagogista all’Università di Bologna e co-autrice del libro Corpi bambini. Sprechi di infanzie, ci spiega che:

«Autorevolezza ed empatia devono coesistere. Ma non parlo della gentilezza fredda e formale legata alle buone maniere. Sto pensando a quella autentica, che mette al centro di qualsiasi rapporto il rispetto, l’accoglienza, il dialogo e la cura. Capacità che non per tutti sono innate e che una volta acquisite non sono facili da mettere in pratica nella vita di tutti i giorni».

Applichiamo questo concetto ad un teenager in piena crisi adolescenziale che la parola più dolce che vi dirà sarà ” tu non mi capisci”; se torna a casa all’una del mattino quando gli accordi erano che rientrasse alle undici, come reagirete?
Aggiungiamo anche che non ha mai risposto alle vostre telefonate facendovi preoccupare.
Ci sono 2 vie al suo ritorno:

  1. Gli date uno schiaffone seguito da una punizione esemplare (no smartphone, pc e uscite per 1 mese)
  2. Esternate cosa avete provato e non lo rimproverate.

Per la maggior parte di voi la prima soluzione è quella giusta, o meglio quella che un genitore deve avere per essere rispettato; dunque la seconda è da smidollati, da genitori senza polso i cui figli sono maleducati e privi di una educazione rigida.
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Mi dispiace dirvi che sbagliate e lo afferma anche la pedagogista:

«La prima reazione è un retaggio dello stile autoritario e alimenta la distanza con i figli e le loro insicurezze. La seconda, invece, mina l’autorevolezza del genitore».

La vera forza è di chi non perde la calma ed esercita un potere gentile; l’esperta ci spiega che con questo tipo di comportamento è come se dicessimo al teenager:

«Eravamo d’accordo in un altro modo, ci hai fatto preoccupare. Adesso andiamo a dormire, ne parliamo domani con calma. Il giorno dopo si prende il tempo per ascoltare e confrontarsi con le sue ragioni, mediare se serve, ma senza mai rinunciare al rispetto delle regole. I genitori devono far sentire al figlio che hanno a cuore le sue emozioni, anche quando viene rimproverato o si risponde di no a una sua richiesta. Lui si sentirà curato e rispettato e questo farà crescere forza e autostima».

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Se lo trattate con gentilezza, vostro figlio sarà rispettoso con i compagni e non sarà oggetto di attacchi di bullismo.
ESEMPI DI GENTILEZZA APPLICATA 
A confermare questa teoria è uno studio sugli effetti sociali della gentilezza svolto dal dipartimento di psicologia dello sviluppo dell’University of British Columbia.
Grazie allo studio condotto su un campione di 400 bambini, tra i nove e gli undici anni, è emerso che quelli che hanno manifestato comportamenti più altruistici e meno prevaricatori sono risultati più popolari tra i pari e vengono risparmiati dagli atti di bullismo.
Lo studio ha rivelato anche che la gentilezza è la chiave della felicità e dell’appagamento per i più piccini.
Isabella Guanzini, professoressa di Teologia fondamentale all’Università di Graz e autrice del libro La tenerezza, la rivoluzione del potere gentile, applica la teoria della gentilezza, e ne spiega i suoi effetti, parlando di Papa Francesco.

«Dall’inizio del suo Pontificato, Papa Francesco ha dimostrato su scala mondiale che una figura istituzionale può anche essere empatica e vicina al cuore della gente, senza tuttavia perdere di luminosità e autorevolezza. La parte potente della sua gentilezza è l’inflessibilità nel trattare i temi in cui crede. Quando parla, sia al livello ufficiale sia nelle interviste e nelle omelie, si pone in modo assoluto, senza compromessi. È una voce profetica molto radicale se si tratta di pretendere misericordia, accoglienza e protezione delle fragilità umane. È uno stile di potere completamente nuovo: non tuona dall’alto e non deve affermare se stesso, parte dal basso e da una speciale attenzione che possiede nel mettersi in ascolto delle difficoltà e delle emozioni degli esseri umani di oggi. È l’unione di questo rigore con la capacità di far sentire le persone al centro delle cose che lo rendono così carismatico. Padroneggiare in questo modo la gentilezza non è cosa semplice e sono ancora pochi quelli che ci riescono davvero. Ma chi ci ha provato, anche in famiglia, riconosce il suo potere straordinario nell’instaurare relazioni profonde e crescere figli consapevoli di chi sono».

Annalisa Strada, insegnante di lettere alla scuola secondaria e autrice del libro Una sottile linea rosa, vincitore del Premio Andersen 2014 per il miglior libro oltre i 15 anni, afferma che:

«I ragazzi che vengono a scuola giudicano l’autorevolezza di noi professori da tre cose: la competenza sulla nostra materia, il rispetto intellettuale che gli dimostriamo e la capacità di saper gestire la loro personalità. È una specie di collaudo dell’autorità, in cui sono soprattutto le nostre abilità empatiche a essere sotto esame. Attenzione a usare bene la parola gentilezza: spesso la confondiamo con la morbidezza che invece annulla ogni tentativo di costruire un’immagine autorevole. Il potere gentile prevede rigore e un atteggiamento etico inflessibile. Le regole devono essere chiare ma anche motivate. Se l’input è quello di imparare a esprimersi in forma scritta, io spiego perché è importante saper comunicare in modo corretto e lineare; e poi li stimolo con esempi adatti alla loro età, come l’esigenza che avranno un giorno di scrivere una lettera d’amore. Finché è possibile, adotto un atteggiamento amichevole, ma se mi accorgo che qualche studente lo interpreta come un invito a prendere il sopravvento sono pronta a dare risposte chiare e non fraintendibili. La gentilezza è un potere difficile da maneggiare: va modulata in continuazione e richiede una solida sicurezza personale».

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