Il tempo

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Avevo diciannove anni  e ricordo ancora il rumore dei suoi tacchi a spillo nell’appartamento di sopra, mentre si dirigeva in bagno, non curante dell’ orario.

Una doccia veloce e si è coricata accanto a lui che dormiva già. I loro piedi non si toccavano più da tempo. Lui si sveglia, guarda l’orologio e si riaddormenta. Anche questa notte non l’ ha voluta abbracciare.
Nell’appartamento accanto, si sentono litigi, piatti che si rompono e lei che piange. Lui esce sul balcone per fumare una sigaretta e mandare un messaggio alla ragazzina che si fa l’ultimo periodo, dopo tornerà e sfogherà sulla sua compagna i desideri accessi nella chat, con l’ altra.
Di fronte, c’è una coppia che tra qualche mese si unirà in matrimonio. Sono sette anni che stanno insieme, di cui tre buoni e quattro pesanti come una zavorra. Ognuno sulle spalle dell’ altro. Non sono più innamorati o forse non lo sono stati mai.
Sono quelle situazioni di comodità, le bollette, tornare a casa e trovare qualcuno che magari abbia anche già cucinato e stirato oppure solo questione di poco coraggio. Si amano ma non si desiderano. Ridono ma non si divertono. Non lo ammettono.
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Sono in quel girone dei sabati sera, che si esce in coppia con altre copie e si cimentano a giocare al chi sembra più felice ma il problema nasce quando la porta di casa si chiude e il silenzio diventa assordante.
Come le lettere scritte sottili nelle convenzioni, che spesso non hai la voglia ne il coraggio di interpretarle perché scomode e in fondo inconvenienti, d’interesse unilaterale.
Di fronte al mio appartamento viveva una coppia e la mia finestra dava nella loro cucina. Vedevo lei ogni giorno, mentre prendevo il mio caffè, tutta indaffarata a cucinare per lui e ci scambiavamo sempre un allegro buongiorno. Un giorno, non l’ ho più vista e passarono più giorni così una domenica mattina, armata del coraggio di una diciannovenne, andai a suonare il suo campanello.
Mi aprii e con un cenno mi indicò il divano, senza parlare trascinò i suoi piedi scalzi sul pavimento pieno di polvere, verso la poltrona. Si sedette, silenziosa, accese una sigaretta e avvicinò una tazza di caffè sulla sua bocca.
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“L’ho mandato via, l’ho cacciato, ci credi ? mi sono liberata finalmente” Mi guardai intorno, montagne di cicche di sigarette e bicchieri vuoti che sprigionavano odori di vino e di grappa; “ che farai adesso?” – “ non ho la minima idea, sicuramente qualcosa di meglio” offrendomi da bere una cosa non ben identificata.
Dopo un po’ di tempo, m’innamorai anche io, la mia felicità durò qualche mese finché un giorno mi lasciò perchè stava sposando un’altra, e poi m’ innamorai di nuovo e di nuovo ancora e rimasi erroneamente con lui per quattro lunghissimi anni, e poi di nuovo e passò qualche anno, finché diventai una trentacinquenne, cambiai anche casa, più di una e non ebbi più notizie di loro e neanche della mia vicina di casa.
Un giorno la incontrai per strada, vicino all’università dove insegnava. In un attimo mi resi conto che da quel giorno erano passati quasi quindici anni e cercai di assumere mentalmente le mie responsabilità, ma il tempo non è un prestito che puoi saldare e tornare libero.
Finché siamo giovani pensiamo che toccheremo l’eternità, che le rughe non scaveranno mai il nostro viso e in nome di queste allucinazioni commettiamo i peggiori delitti nei confronti del nostro corpo e della nostra anima usando sempre l’ attenuante dell’età per essere assolti. Per un po’, può essere anche divertente finché il cesto si riempie dei nostri errori e un giorno trabocca.
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Un giorno lessi da qualche parte di una copia di ottantenni che decisero di chiedere il divorzio perché non erano più felici.

Mi ha fatto ridere e ha fatto ridere anche a chi l’ho raccontata ma dopo mi sono resa conto che la felicità è un bene primario e non bada a spese.
Immaginai i miei amici e cercavo di colorare i loro visi tra dieci o venti anni, stoicamente comodi davanti alle tv,  quando la libertà avrà il doppio prezzo e le ali della gioventù saranno diventate pesanti e dolenti assumendo quasi un carattere di storicità.
Mi sono venute in mente tutte quelle amiche, vicine, coinquiline, i miei ex, tutti quelli che hanno accettato di abbracciare corpi che non desiderano. Che si sono abituati ad addormentarsi dandosi le spalle. Tutti quelli che si sono dimenticati di se stessi e confondono il proprio bene con il dovere e lo seppelliscono sotto al “cosa penserà la gente”.
Mi sono arrabbiata e continuo ad esserlo con tutti quelli che confondono l’ amore e la passione con il bisogno di stare con qualcuno, l’ apparenza e peggio ancora l’ interesse. “Perché stai con ancora con lei?” chiesi ad un amico. “Perché è tranquilla, è una brava ragazza, non rompe le palle e mi permette di fare tutto quello che voglio” e ha risposto a tutte le mie domande silenziosamente isteriche.
Lei mi ha abbracciata riportandomi alla realtà e mi dice “ Sai tra due mesi mi sposo. L’ ho conosciuto l’estate scorsa a Lecce ed è venuto a Bari, per vivere con me”- “ Toccano i vostri piedi la notte?” le chiesi – “Perché? Dormiamo pochissimo!” – “ Allora è quello giusto!”  e all’ improvviso quel pavimento impolverato di via Crisanzio mi è sembrato lontanissimo.

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