Il rilancio dello storica Maison Galitzine by Sergio Zambon

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Tra le vere novità della passata Milano Fashion Week senza dubbio è da ricordare un progetto ambizioso e coraggioso in questo momento per il settore moda e lusso molto delicato; il rilancio della storica Maison romana Irene Galitzine.

Se vogliamo l’idea diventata concreta è stata favorita dalla tendenza in questi ultimi anni di rilanciare i nomi storici della sartoria/couture, in particolar modo francesi, anche non conosciuti al grande pubblico come Worth (al contrario di Galitzine).

A questo favorevole momento si aggiunge la volontà di Silvia Venturini Fendi, nuovo presidente di Altaroma, di rilanciare l’artigianato di lusso che è tutt’oggi presente a Roma, collegandolo a designers professionisti di approccio contemporaneo.

Da tutte queste ambizioni la proprietà del marchio Maison Galitzine ha voluto debuttare a Milano con  un’operazione pensata e preparata “a scatola chiusa”, step-by-step, per portare il nome ad essere un moderno marchio del settore lusso con l’apporto di un designer di convalidata esperienza: Sergio Zambon.

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Personalità affascinante e donna bellissima, Irene Galitzine vive una storia eccezionale la cui rilettura testimonia per ogni singola fase una incredibile creatività e vitalità.

La stilista, che parla inglese, francese, portoghese, italiano e chiara- mente russo, sua lingua madre, nata nel 1916 a Tiflis – Caucaso – da una delle più antiche fami- glie dell’Impero, viene portata a Roma all’età di un anno, dalla madre, Principessa Nina Lazareff.

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Profuga della Rivoluzione di Ottobre, vive la sua prima infanzia in una pensione in via Gregoriana e frequenta la selettiva scuola del Sacro Cuore e del Cabrini.

Giovanissima, nel 1945, ella si occupa delle pubbliche relazioni nell’atelier delle sorelle Fontana dove entra, presentata dalla Principessa Caetani, come indossatrice.

Apre il suo primo atelier di moda nel 1947 e lì vi realizza abiti ispirati alla moda francese.

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Il colpo d’ala avviene nel 1959, quando disegna una collezione di moda tutta italiana grazie al cui successo internazionale le viene conferito negli Stati Uniti il premio “Filene Talent Award” quale migliore disegnatrice dell’anno.

Da allo-ra in poi sarà un susseguirsi di premi e di riconoscimenti legati a collezioni di successo. Nel gennaio del 1960 presenta la sua collezione a Palazzo Pitti dove appare per la prima volta il famoso “Pijama Palazzo”.

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E’ sempre arduo e complesso accostarsi al mito, cercarne le ragioni e identificarne i contorni. Soprat- tutto, è difficile farlo secondo una nuova logica, tramite un’inedita sensibilità ermeneutica.

Sergio Zambon, con profondo rispetto e coerenza, ma anche con la sua visione estremamente personale e indipendente, interpreta oggi il pijama palazzo, tema per eccellenza della poetica di Irene Galitzine.

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Più che di ricreare un semplice abito, si tratta della reinvenzione di un item leggendario, che già al suo primo apparire, nel gennaio 1960, si impone in maniera assoluta sulla scena del fashion mondiale e che è legato indissolubilmente al glamour patrizio e araldico di icone femminili senza tempo.

Jacqueline Bouvier Onassis, la sorella Lee Radziwill, Audrey Hepburn, Marie Hélène de Rothschild, Wallis Simpson , Liz Taylor, la fulgida giovanissima Claudia Cardinale del film d’esordio della serie “La pantera rosa e la Florinda Bolkan di “Metti una sera a cena”, donne indimenticabili, come Babe Paley e CZ Guest, gli stilizzati “cigni “di Truman Capote, tutte loro hanno indossato gli abiti di Irene Galitzine.

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Una capsule collection, quella cui Zambon ha dato vita partendo dall’ heritage di Galitzine, che si può idealmente dividere in tre parti.

Un’esercitazione che incrocia la portata storica del pijama palazzo- come volle denominarlo Diana Vreeland-, la sua contraddittoria e affascinante complessione di aristocratica opulenza romana, di evocativa sensualità tra Russia zarista, la Venezia di Proust, gli eccentrici transfuga capresi, memorie di Bakst e fragranze di un oriente fiabesco.

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Lontano da rivisitazioni costumé quanto da nostalgiche riproposizioni analogiche, Sergio Zambon è andato fino all’essenza del pijama palazzo, ne ha tratto il segno più geometrico e concettuale, la dinamica libera e gioiosa, la sconcertante, trasversale e versatile modernità.

Questa capsule– afferma Sergio- è per mettere delle basi, per stabilire un punto di partenza pro- gettuale. Ripescando nei files dell’ heritage, ho giocato sulla sottigliezza semantica, sul suggerimento e la cifra della sintesi e della sottrazione.

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La moda, almeno come la penso io, vive sempre in un contesto. Ho voluto impaginare la collezione in tre ambiti diversi e complementari.

Uno più daily e informale, che recupera un po’ la matrice maschile e schematica del piyama, il secondo, svincolato e autonomo, lo chiamerei “fantasia” , il terzo, più osservante del verbum originario, è virato sul classi- co, addirittura rifittando un pezzo vintage.”

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Idee meditate e quasi invisibili, dettagli sottesi e insieme molto significativi.” Nel primo gruppo-continua Zambon- ho usato solo cotoni, rasatello, popeline, crépon, prendendo ispirazione da certi solidi geometrismi di Bruno Munari o dei Cinetici.

Una palette di bianchi, yoghurt, radiazioni plastic grass. Qui il nero è bandito, sostituito da una avvincente cromia ribattezzata “ink”,che si situa tra bleu copiativo e antracite.”

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Poi, ecco il lino da tovagliato, la purezza scabra e di per sé eloquente della tela, del canvas, bianco, greige e lime fino al nero, ricami ajour ribaditi da lineari, incisivi bagliori di cristalli Svarowsky, applicazioni tonali di borchiette punk in resina.

Attraverso i diversi livelli della capsule collection, si passa progressivamente dal grafismo neo-pop di righe, quadri e pois, alla fastosa epidermide del damasco princesse e del cloqué nelle nuances “peonia” e “plastic grass”.

Di proposito– conclude Sergio Zambon- ho deciso di non guardare troppo all’archivio della Maison, ma di procedere per sensazioni e suggestioni autonome, rimeditando la forza e la leggerezza basilari del segno caratteristico di donna Irene .

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