Partorire in modo sereno: si può?

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Partorire è solo l’inizio di una serie di cambiamenti, che pur se radicali, porteranno un’atmosfera di gioia e amore di cui ne sarete drogati.

Per molte donne però partorire è un’esperienza traumatica, non solo per lo sforzo fisico a cui si è sottoposte, ma anche per i maltrattamenti subiti.
Molte mamme infatti stanno partecipando alla campagna contro la violenza ostetrica #bastatacere.
La violenza ostetrica sono un insieme di comportamenti che riguardano la salute riproduttiva e sessuale delle donne e si manifesta con atti di violenza contro le donne all’interno dei sistemi sanitari.
Fino ad ora è stato difficile considerarla un problema perchè alcune pratiche (anche mediche) sono legittimate collettivamente.
La violenza ostetrica si riferisce all’ambito delle cure ostetrico-ginecologiche e che può essere realizzata da tutti gli operatori sanitari che prestano assistenza alla donna e al neonato.
Riguarda l’imposizione di cure o pratiche alle donne senza il loro consenso, senza fornire le adeguate informazioni e talvolta contro la volontà di quelle stesse donne.

PARTORIRE: UN EVENTO TRAUMATICO PER MOLTE DONNE

Una ricerca ha fatto emergere che, dal 2003, circa 1 milione di donne in Italia hanno subito una qualche forma fisica o psicologica di maltrattamento nella sala parto.
Alessandra Battisti, una delle coordinatrici di Human rights in childbirth Italy, spiega che molte donne non si sentono ascoltate dal loro ginecologo e continua affermando che:

“Non solo: spesso subiscono interventi non necessari come l’episiotomia, cioè il taglio del perineo, il muscolo tra ano e vagina, e la manovra di Kristeller, vietata in molti Paesi europei, in cui il medico spinge con l’avambraccio sulla pancia della mamma per favorire l’uscita del neonato. Le donne sono anche schiacciate dalla disorganizzazione: per esempio, il rapporto ostetrica-paziente dovrebbe essere di 1 a 1, invece spesso si cambiano più assistenti per turni o per carenza del personale. Esiste già una proposta di legge in Parlamento che propone di introdurre il reato di violenza ostetrica e di avviare tutte le iniziative che servono per diffondere un parto più naturale, fisiologico e attivo. Purtroppo resiste lo stereotipo della gravidanza come dolore e come miracolo. I soprusi vengono ridimensionati e confinati nelle confidenze delle protagoniste. Invece bisogna denunciare quello che si subisce”.

Maria Vicario, presidente della Federazione nazionale dei collegi ostetriche, sostiene anche che:

“Le donne devono reclamare i propri diritti: la libertà di muoversi dal lettino, di rifiutare certi trattamenti. Ma per farlo devono essere informate su quello che le aspetta: ai corsi preparto c’è un’affluenza scarsa, nel Lazio si ferma al 10% delle gestanti, in Toscana arriva al 50% ed è il massimo. Certo, i posti per le lezioni in ospedale sono pochi rispetto alle esigenze e negli ultimi anni hanno chiuso metà dei consultori. Per questo, abbiamo chiesto al ministro della Salute Beatrice Lorenzin di intervenire per migliorare questo aspetto. Intanto, è importante che le donne si informino. E pretendano di essere ascoltate”.

La ginecologa Kustermann, primario alla Clinica Mangiagalli di Milano, analizzati i dati della ricerca, ci tranquillizza affermando che:
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“Questo lavoro prende in considerazione donne che hanno avuto figli dal 2003 al 2017: si tratta di un periodo abbastanza lungo e da allora sono cambiate molte cose. Prima di tutto, è più diffusa l’epidurale e quindi il parto è diventata un’esperienza meno dolorosa e problematica. L’episiotomia invece si pratica meno: da noi, per esempio, si è passati in 5 anni dal 70% dei parti al 30%. E anche la manovra di Kristeller (quella in cui il medico spinge con l’avambraccio sulla pancia della paziente per favorire l’uscita del neonato, ndr) è oggi sconsigliata dall’Organizzazione mondiale della sanità. Certo, negli ospedali più piccoli capita che si esegua ancora, purtroppo, perché il personale è meno aggiornato. Alcune risposte dell’indagine, poi, mi lasciano perplessa. Il 72% delle intervistate, per esempio, tornerebbe nella struttura in cui è stata ricoverata: mi sembra una percentuale in contraddizione. Forse, allora, significa che per tante donne, purtroppo, il parto è stato più difficile del previsto. Allora, ben vengano ricerche di questo tipo che ci offrono indicazioni importanti per migliorare. Su un aspetto, infatti, non ci sono dubbi: la nascita deve essere meno medicalizzata. E’ una tappa naturale, fisiologica, ed esami e interventi vanno evitati se non sono necessari. Come si fa? Medici e ostetriche devono essere più formati su nuove tecniche e anche le future mamme hanno diritto a corsi preparto specifici e mirati per prepararsi davvero all’evento. Servono ambienti intimi e soprattutto attrezzati”

Con questa campagna si vuole aiutare le donne a partorire in modo sereno e a sensibilizzare tutto il personale, presente al momento del parto e dopo, ad avere un comportamento “umano” e “sensibile”.
Grazie all’indagine si alza chiaro e forte il grido di mamme che si sono sentite maltrattate in un momento di debolezza, in cui avrebbero preferito un aiuto “materno”.
Ecco alcune delle frasi riportate da partorienti:
“Apri le gambe veloce”, “che ti lamenti, l’hai voluto tu”, “ti piaceva quando hai aperto le gambe”, “sbrigati o il bimbo muore e sarà colpa tua”, “urlare non serve a niente”, “non sai spingere”, “ma ti spicci a partorire”.
Molte hanno raccontato di essere state ridicolizzate per aver voluto l’anestesia o di non aver avuto voce in capitolo sulla scelta di un cesareo rispetto ad un parto naturale.
Sicuramente non è corretto di fare di tutta l’erba un fascio; Flavia ad esempio ricorda con affetto la sua ostretica ed ha anche un’immagine positiva della struttura ospedaliera in cui ha partorito.
E non è la sola!
 
 

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